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Brennero: la barriera che divide l’Europa

Scritto da Rivista Tir   22 aprile 2016

Una barriera di 250 metri che porterà le pagine della storia indietro di decenni. Questo è il più grande timore di fronte ai lavori che il governo austriaco ha avviato al confine con il nostro Paese, per fermare il flusso dei migranti, in vista della bella stagione. Tanto che il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha parlato di "un simbolo” messo a rischio e i ministri degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, e dell’Interno, Angelino Alfano, hanno inviato una lettera al Commissario Ue per la Migrazione, Dimitris Avramopoulos, chiedendo di verificare se la decisione di Vienna violi “il principio di leale cooperazione” e se corrisponda a un reale “principio di necessità”. La scelta del governo austriaco di chiudere le frontiere non è rivolta solo verso l’Italia ma anche verso altri Paesi confinanti, come Slovenia e Ungheria.

L’Italia scrive all’Ue
Il Codice Frontiere Schengen stabilisce che “Chiunque, indipendentemente dalla cittadinanza, può attraversare le frontiere interne a qualsiasi valico, senza che siano effettuate verifiche. Ciò non esclude la possibilità per le autorità nazionali di polizia di effettuare controlli, incluso nelle zone di frontiera interna, a condizione che questi non abbiano effetto equivalente alle verifiche di frontiera. I paesi dell’Ue parte dell’area Schengen devono eliminare tutti gli ostacoli allo scorrimento fluido del traffico ai valichi di frontiera stradali, in particolare i limiti di velocità che non siano basati esclusivamente su considerazioni di sicurezza stradale”.
Sulla base di quanto scritto dall’Italia alla Commissione europea, però, la decisione austriaca non sembra confermata da alcun dato numerico, anzi “dal 1° gennaio al 10 aprile 2016, i movimenti alla frontiera sono stati registrati soprattutto dall'Austria verso l'Italia (2722 cittadini stranieri rintracciati dalla Polizia di frontiera italiana al confine e provenienti dall'Austria a fronte di 179 nello stesso periodo del 2015). Ne sono prova anche le riammissioni tra i due Stati membri: 674 riammissioni dall'Italia all'Austria a fronte di 179 dall'Austria verso l'Italia”. Verrebbe meno, dunque, la necessità di un simile provvedimento.
Dal punto di vista della proporzionalità e della leale cooperazione, il testo inviato a Bruxelles sottolinea, invece, che nel disporre la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne è necessario “limitare il più possibile l'incidenza e gli effetti negativi sui normali flussi di traffico, sulla libera circolazione dei cittadini e delle merci”.

Un traffico da 140 miliardi di euro
Ogni anno lungo i confini Italia-Austria passano circa 140 miliardi di euro: questo è il valore dell’interscambio commerciale italiano che avviene per la maggior parte dal Brennero, calcolato da uno studio del centro studi Confcommercio e di Isfort.
In generale, quella del Brennero è la tratta che rappresenta la maggiore via di collegamento Sud-Nord attraverso le Alpi. Stando ai numeri forniti da A22, solo nel 2015 dalla Barriera del Brennero sono entrati quasi 1 milione e 800mila mezzi pesanti e ne sono usciti circa 1 milione e 600mila.
“Il flusso sarà diviso in mezzi pesanti e in autovetture – racconta Walter Pardatscher, ad di Autobrennero –; entrambi saranno rallentati e di volta in volta si valuterà se effettuare controlli più approfonditi. Già per fare questa prima selezione il traffico dovrà essere frenato nel suo complesso (si parla di 30 km/h, ndr) e ciò significherà produrre code: questo è molto chiaro perché anche la più piccola perturbazione a monte crea delle ripercussioni molto importati a valle.
Gli effetti di un rafforzamento dei controlli saranno, quindi, prima sui tempi di attesa e poi sui costi che ne deriveranno, considerando sia quelli per la gestione dei mezzi sia quelli per i conducenti.
“Per quel che riguarda l’autotrasporto – spiega a Tir Paolo Uggè, presidente di Conftrasporto e vicepresidente di Confcommercio – noi abbiamo fatto una stima al minimo che parla di 170 milioni all’anno”.
Nel dettaglio, lo studio in questione evidenzia che il danno economico diretto determinato dal fermo di un’ora (per attesa delle pratiche doganali) sarà di 172,4 milioni di euro l’anno; la percentuale di fatturato perso dalle imprese di autotrasporto per ogni ora di stop sarà del 3%.
“Non dimentichiamo – sottolinea ancora Uggè – che se le merci arrivano a destinazione in ritardo, rispetto a quanto fissato dal committente o dal ricevente, quelle merci possono essere sostituite da altri prodotti realizzati altrove. Quindi per noi questo diventa anche un problema di competitività”.

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