
Autisti dai Paesi terzi, un report IRU suggerisce le buone pratiche
Europa
La Commissione europea ha pubblicato uno studio condotto dall'IRU sul reclutamento e l'integrazione di autisti professionisti di camion e autobus provenienti da Paesi terzi nel mercato del lavoro dell'Ue.
Lo studio, dal titolo “Bus and truck drivers from third countries”, analizza le condizioni di accesso al lavoro per autisti provenienti da Paesi terzi; le procedure amministrative per visti, permessi di lavoro e soggiorno; confronta le competenze e le qualifiche richieste nell’Ue con quelle possedute dagli autisti di 23 Paesi extra-Ue e suggerisce buone pratiche per facilitare l’integrazione nel mercato del lavoro europeo.
Il report evidenzia come il potenziale bacino di lavoratori qualificati sia ampio, ma difficilmente accessibile a causa di procedure complesse, costose e frammentate. Nella maggior parte degli Stati membri, i processi non sono pienamente digitalizzati e richiedono il coinvolgimento di più autorità. Manca uno sportello unico centralizzato attraverso il quale i lavoratori possano presentare tutta la documentazione necessaria. I tempi medi oscillano tra i 6 e i 12 mesi e il costo complessivo può arrivare fino a 20mila euro per ciascun lavoratore.
Un altro nodo cruciale riguarda il riconoscimento delle qualifiche. I conducenti extra-Ue devono generalmente convertire la patente in una patente dell’Unione. In assenza di accordi bilaterali o quando il Paese d’origine non aderisce alle convenzioni internazionali sulla circolazione stradale, può essere necessario ripetere l’esame teorico, quello pratico o entrambi. A ciò si aggiunge l’obbligo, nella quasi totalità dei casi, di conseguire nuovamente il Certificato di Qualificazione del Conducente secondo gli standard europei. In molti Paesi terzi, infatti, la formazione non include moduli specifici sulla normativa sociale europea, sui tempi di guida e di riposo, sull’uso del tachigrafo o sulle regole del trasporto internazionale.
Un ulteriore ostacolo è rappresentato dal requisito dei 185 giorni di residenza, spesso necessario prima di poter accedere alla formazione per la CQC. Questo vincolo rallenta l’ingresso effettivo nel mercato del lavoro, creando un periodo in cui il lavoratore è presente ma non ancora operativo.
Lo studio segnala tuttavia alcune buone pratiche. La Spagna consente ai conducenti di entrare con un visto studentesco per frequentare i corsi necessari al conseguimento della CQC. La Polonia, grazie ad accordi bilaterali con cinque Paesi dell’Est Europa, ha procedure accelerate di 4–6 settimane e permette di lavorare fino a 24 mesi senza permesso di lavoro tradizionale, risultando lo Stato membro con il maggior numero di autisti provenienti da Paesi terzi.
Anche il nostro Paese condivide molte delle criticità evidenziate: procedure articolate, costi elevati e complessità nel riconoscimento delle qualifiche.
Lo studio suggerisce quindi di semplificare e digitalizzare le procedure, introducendo sportelli unici e percorsi più rapidi per le professioni in carenza. Propone inoltre un riconoscimento parziale delle qualifiche acquisite nei Paesi terzi, integrato da moduli formativi mirati sulle norme Ue, per ridurre tempi e costi senza compromettere gli standard di sicurezza.
Di Redazione Tir | 19 Febbraio 2026